racconto apparso sul «Corriere della Sera» il 15 dicembre 2017

Quando non ci sono clienti, Irene guarda fuori. Le piace studiare lo spiazzo che si apre oltre la vetrina. Lo ha misurato contando i passi: nove da un lato e undici dall’altro. Pensava fosse uno quadrato perfetto: gli occhi talvolta preferiscono ingannare. Non è un’aiuola, la abita poca erba bruciata, e non è un parcheggio – il marciapiede è alto e nessuna automobile si è mai avventurata lì sopra. Il perimetro è senza recinzione, non serve: su tre lati la città sale e allunga la sua ombra. A destra e sinistra due strutture di sette piani, una di cemento armato e l’altra di specchi. Alle spalle una lavanderia e di fronte, attraversata la strada, il caffè dove Irene lavora. Soltanto una coppia di clienti si è accorta, come lei, di quel vuoto. Si siedono sempre al tavolo vicino alla vetrina e guardano la primavera, l’estate e ora l’autunno facendo colazione il venerdì mattina. Sono asiatici, giapponesi, le hanno detto tra sorrisi identici e occhi abbassati. Lui ordina succo di frutta, lei un tè e un ventaglio di sfoglia. Potrebbero avere quasi settant’anni eppure si guardano come se ne avessero di molti meno. O di più.

È la vigilia di Natale, giorno di pioggia e neve. La coppia arriva puntuale, lei indossa un kimono dai colori tenui e fluttuanti – è così composta e luminosa in quei confini di stoffa. Si scambiano i regali, lei ha scartato un paio di orecchini che adesso nasconde nei pugni, lui apre una grande busta gialla e dispiega sul tavolo una planimetria e sementi, bulbi e un calendario lunare. Guardano fuori, poi toccano i semi, le lune e tornano a guardare fuori.

Si sfiorano le mani sotto il tavolo non appena Irene si allontana con un sorriso che la donna raccoglie. “Da noi in Giappone a Natale si festeggiano anche gli innamorati e si mangia la torta di fragole,” dice come a giustificarsi, e Irene non è certa di aver capito.

Gennaio scivola via, oggi è venerdì e la luce è di mezzogiorno. La coppia giapponese manca dalla Vigilia. Alle quindici il sole è già sbiadito dal freddo. Ora sono le sedici, Irene finisce il turno, lava l’ultima tazza, sente il nodo del grembiule sotto le dita, sta per scioglierlo ma qualcosa la interrompe: un’automobile lussuosa e scura si ferma poco oltre il spiazzo. L’uomo scende. Gli occhi di Irene corrono sull’altra portiera che rimane chiusa. Chiusa. Chiusa. Allora cercano lui, che stringe a sé una scatola di legno chiaro, un peso prezioso, e intanto si avvicina allo spiazzo innevato. Sta così, in piedi per alcuni istanti, mentre tinte viola di tramonto scendono su ogni cosa. Ora le sue braccia si stendono in avanti, portano la scatola appena distante dal corpo. Stanno per fare un movimento nuovo, così Irene lascia il bancone, raggiunge la vetrina per guardare meglio, ma il vetro è freddo e il respiro lo appanna. Allora esce sul marciapiede. “Ehi,” dice mentre l’uomo torna all’automobile con la scatola vuota tenuta in una sola mano, quasi non le volesse più bene.

Irene giurerebbe che sui cristalli di ghiaccio dello spiazzo ora ci sia qualcosa di impalpabile, forse grigio.

Febbraio diventa marzo e finalmente l’uomo si ripresenta un venerdì, ma non per la colazione: raggiunge lo spiazzo, dispone sul marciapiede attrezzi da giardino e comincia a lavorare la terra. Di giorno in giorno dissoda, semina, protegge. Di sette in sette annaffia, sradica, nutre. Con le settimane le erbe crescono, i frutti maturano, i legumi si arrampicano.

Irene lo guarda, vorrebbe dirgli che si ricorda di lui e anche di lei, dirgli che aveva capito le parole di sua moglie alla Vigilia: “Da noi in Giappone a Natale si festeggiano anche gli innamorati e si mangia la torta di fragole.”

Nell’estate liquefatta i fiori sono dei punti colorati oltre il vetro del caffè. Gli anemoni sbocciano bianchi e il caprifoglio, in attesa delle stelle, si nasconde negli angoli. Fa caldo e l’uomo oggi non ha lavorato, ha solo accarezzato le piante. Irene gli porta un succo di frutta in un bicchiere fresco, attraversa la strada, un odore rigoglioso vince sul respiro denso dell’asfalto. L’uomo è inginocchiato, le punte delle scarpe hanno creato onde di terra; è di spalle, la camicia bianca è sudata sulla schiena, ha una macchia leggermente più scura come un osso di seppia. Irene è dietro di lui, lo vede allungare un braccio, staccare una fragola. Portarla alla bocca. Irene si sente a disagio, di troppo in quel profumo dolce. Invece l’uomo si volta. “Lei mi diceva non svanirò mai, non me ne andrò, non finirò,” sussurra, poi prende un altro frutto con delicatezza. “È così, e finalmente, in questo giardino, ho imparato a ritrovarla.” All’improvviso le lacrime gli sciolgono gli occhi, Irene le guarda scivolare, staccarsi dal viso. Le guarda cadere a terra, raggiungere le radici e poi di nuovo la luce grazie alla vita delle piante, sempre verdi come nei sogni.