“Può esistere un’estetica anestetica? A prima vista è una contraddizione in termini, ma a questo paradosso sembra ispirarsi la scrittura di Francesca Scotti. Non è solo per via dei suoi trascorsi musicali (si è diplomata al Conservatorio Verdi di Milano) se me l’immagino come una suonatrice di flauto segreto, una concertista clandestina che non cerca i clamori della platea, ma come Paracelso – che in un celebre racconto di Borges fa spuntare dal nulla una rosa solo dopo aver congedato lo spettatore – persegue in solitudine le sue alchimie. Leggendo Capacità vitale (153 pagine, 15 euro), il suo nuovo romanzo uscito nel settembre dell’anno scorso da Bompiani, ci si rende conto di come l’ellissi a cui era intitolato il libro precedente costituisca anche in questo caso la figura retorica capitale. È proprio dall’ellissi, dall’omissione di tutto ciò che può essere sottinteso, dalla capacità (anch’essa di derivazione musicale) di mettere la sordina, raccontando una realtà tutta “in levare”, che nasce quella specie di anestesia estetica a cui accennavo. Francesca racconta con uno stile sobrio, dove la precisione descrittiva appare sempre filtrata da una controllatissima “voce dietro la scena” – avrebbe detto Mario Praz – che segue il diramarsi dei destini come un canto segreto di cui non riusciamo mai completamente ad afferrare la rima, un po’ come in certi romanzi della Comp-ton-Burnett dove l’understatement anestetizza nei rituali della conversazione il groviglio serpigno, le passioni e gli “incesti del mestiere” che si immaginano dietro le quinte. In Capacità vitale Francesca Scotti rinuncia perfino alla scena madre: la protagonista Adele è rimasta a terra quando, durante un’immersione, si verifica l’incidente mortale in cui periscono alcuni amici sub. Il senso di perdita non provoca in apparenza scosse rilevanti nel tran-tran professionale di Adele, avvocato difensore di due gemelli allevatori di maiali, accusati di mal- trattamenti e torture da un’associazione animalista. Ma dietro l’impassibilità un po’ zen sotto la quale la scrittrice sembra ibernare i sentimenti, come sotto l’ingannevole trasparenza dell’acqua che ha inghiottito i compagni di Adele, la “capacità vitale” evocata dal titolo disegna l’ «istante in cui il futuro è certamente destino ma anche volontà» (p.135). Una volontà che cova sotto la cenere dell “estetica anestetica” di Francesca come una brace incandescente e tuttavia nascosta, per una forma di pudore nei confronti di quella bellezza che, come osservava John Berger, «è la speranza di essere riconosciuti dall’esitenza di quel che state guardando e di esservi inclusi».” 

Roberto Barbolini

L’intervista completa si può leggere  su FuoriAsse (Officina della Cultura) n.25 da pagina 209